Città di sale
Sulla modernità araba
ABDELRAHMAN MUNIF, Cities of Salt (Knopf, 1989)
Quando i primi americani arrivano nell’oasi di Wadi Al-Uyoun, la maggioranza degli abitanti li scambia per dei jinn, dei demoni maligni del deserto, e solo i più aperti di mente e meno legati alla tradizione entrano in rapporti e collaborano con loro. Miteb Al-Hathal, il patriarca della tribù degli Atoub, vorrebbe scacciarli dal villaggio; Ibn Rashid, un altro notabile del posto e suo grande rivale, li ospita e diventa il loro intermediario locale. I loro sono due atteggiamenti radicalmente speculari riguardo all’arrivo della modernità occidentale nel mondo arabo: da una parte il rifiuto e l’isolamento e dall’altra la fascinazione e la rapida adozione senza vera assimilazione. Tutti gli altri personaggi di Cities of Salt, l’opera più importante dello scrittore arabo Abdelrahman Munif, oscillano tra questi due estremi.
Abdelrahman Munif è stato uno dei più importanti scrittori arabi del Novecento. È nato nel 1933 ad Amman, in Giordania, figlio di un mercante carovaniero saudita che faceva la spola tra il Levante e la penisola arabica e che è morto quando era piccolo, ed è stato cresciuto da sua madre e da sua nonna, entrambe irachene. Nel 1952 è andato a studiare legge all’università di Baghdad, dove si è iscritto al Partito Ba’ath, motivo per cui tre anni dopo è stato bandito dal paese; allora si è trasferito al Cairo, dove è arrivato giusto in tempo per vedere da vicino la crisi di Suez. Dopo la laurea è andato a Belgrado con una borsa di studio a prendere un dottorato in economia petrolifera: quando l’ha finito, nel 1963, il Partito Ba’ath aveva preso il potere in Iraq e in Siria e il governo saudita gli aveva revocato la cittadinanza. Munif è andato a Damasco a lavorare per il ministero del Petrolio, dove è rimasto dieci anni. Nel 1973, proprio quando il petrolio è arrivato al centro della scena politica del mondo arabo, ha pubblicato il suo primo libro, il cui successo l’ha convinto a lasciare il lavoro – il Partito l’aveva già lasciato anni prima – e trasferirsi a Beirut a fare il giornalista e lo scrittore. Non ci è rimasto molto: nel 1975 era di nuovo a Baghdad a lavorare per il governo baathista iracheno, che nel frattempo si era alleato con i comunisti e stava modernizzando il paese grazie ai profitti record derivanti dagli alti prezzi del petrolio. Munif a quel punto era già uno dei più importanti scrittori arabi viventi e a Baghdad gli avevano dato un ruolo al ministero dell’Economia oltre che la direzione di un giornale. Il fatto di essere stato un militante baathista della prima ora compensava per la sua indipendenza di pensiero e per il fatto che il ruolo di quadro di Partito gli stava piuttosto stretto. Questa situazione ambivalente sarebbe durata fino al 1981 quando, dopo l’ascesa al potere di Saddam Hussein e lo scoppio della guerra con l’Iran, Munif lascia l’Iraq e si trasferisce in Francia, dove scriverà il suo magnum opus, Mudun al-milh.
Mudun al-milh, città di sale, è il titolo di un quintetto di romanzi pubblicati tra il 1984 e il 1989 – di cui solo i primi tre volumi sono stati tradotti in inglese – che raccontano la modernizzazione del mondo arabo in seguito alla scoperta del petrolio. Edward Said l’ha definito “l’unica seria opera di finzione” su questo tema; lo scrittore americano John Updike l’ha criticato paragonandolo alle storielle che ci si racconta intorno al fuoco in campeggio se fossero raccontate dall’ayatollah Khomeini (Munif, secondo lui, era “troppo poco occidentalizzato”) ma un altro scrittore americano molto più bravo, William T. Vollman, lo annovera tra i suoi libri preferiti. Il primo volume, tradotto come Cities of Salt ma che in arabo si chiama al-Tih, la desolazione, racconta in modo romanzato il periodo dalla scoperta del petrolio negli anni Trenta ai primi scioperi dei lavoratori petroliferi all’inizio degli anni Cinquanta, mostrando come nel giro di vent’anni le contraddizioni portate dall’arrivo modernità fossero già venute al pettine. Munif ci ha riversato dentro sia la sua esperienza lavorativa di funzionario preposto alla gestione delle risorse petrolifere di uno stato arabo in via di modernizzazione, sia la sua esperienza infantile di figlio di un mondo in perenne movimento a cavallo dei confini nazionali.
È un romanzo particolare. Non c’è un vero protagonista, tanto per cominciare: il protagonista se mai è la piccola comunità che abita l’oasi di Wadi Al-Uyoun, un luogo di finzione che potrebbe essere un angolo qualsiasi della penisola arabica. La vita a Wadi Al-Uyoun scorre in modo ciclico e regolare, in un’atmosfera da realismo magico, fino al momento in cui compaiono gli americani, che hanno acquistato i diritti di esplorazione dall’emiro locale e che ci trovano il petrolio. A questo punto l’oasi, che fino a quel momento viveva in una temporalità sospesa, viene a contatto con il mondo moderno, rappresentato dalle macchine, e non lo regge. La comunità che la abita si disperde ai quattro venti e Miteb Al-Hathal, il leader tribale che per primo aveva avvertito delle conseguenze nefaste dell’arrivo degli americani, fugge nel deserto in sella al suo cammello: da quel momento non si vedrà più sulla scena se non come un fantasma che rappresenta lo spirito di resistenza della popolazione locale. Dopo un momento di caos e dispersione, la narrazione trova un’altra protagonista: la comunità di Harran, una cittadina di nuova costruzione sulla costa, dove termina l’oledotto che trasporta il petrolio di Wadi Al-Uyoun e dove gli americani costruiscono un porto. La comunità che abita Harran è molto diversa da quella che prima abitava l’oasi: i legami tribali sono molto più labili, la comunità si sta lentamente trasformando in una società di mercato. Gli americani, un tempo considerati una presenza sovrannaturale, vengono ora visti come esseri umani in carne e ossa, e la loro superiorità rispetto agli arabi non è più metafisica ma materiale, espressa nella loro separazione geografica dalla comunità di Harran. La città ha due zone: la Harran araba, fatta di tende e delle baracche dove l’azienda petrolifera alloggia i suoi lavoratori, e la Harran americana, fatta di ville con piscina sul modello dei suburbs americani. Sono due mondi che non comunicano quasi mai se non tramite intermediari e che quando lo fanno si fraintendono a vicenda.
Questo avere un protagonista collettivo rende il romanzo ben capace di descrivere la differenziazione di classe che si crea all’interno della comunità araba con l’arrivo della modernità. Se prima degli americani il mondo di Wadi Al-Uyoun è un mondo in cui tali differenze sono minime e riguardano più la specializzazione funzionale e la divisione del lavoro – ciascun personaggio, già di suo quasi autosufficiente, ha un ruolo e un compito all’interno della comunità di villaggio – man mano che questo equilibrio viene rotto cominciano a emergere differenze di classe più marcate, spesso derivanti dall’atteggiamento dei vari personaggi nei confronti degli americani e dal modo in cui mobilitano i loro vantaggi competitivi per cavalcare il processo di modernizzazione. Ci sono i perdenti come il già citato Miteb Al-Hathal, che rifiuta in toto il cambiamento e il cui figlio diventa un semplice lavoratore salariato per l’industria petrolifera. Ci sono i vincenti come Hassan Rezaie, che diventa un intermediario tra la Compagnia (l’azienda petrolifera americana), le autorità locali e i lavoratori, rendendosi insostituibile, e che si arricchisce. E ci sono quelli che ci provano ma falliscono come Ibn Rashid, che è uno dei primi ad accogliere gli americani e che si vedrà assegnare il compito di reclutare la forza lavoro per la costruzione dell’oleodotto di Harran, facendosi odiare dalla comunità a cui apparteneva senza riuscire a integrarsi del tutto nel nuovo mondo. Queste differenziazioni di classe si fanno più marcate col procedere della narrazione per poi culminare nel grande sciopero di Harran che costringe l’emiro alla fuga. Nella rivolta degli operai petroliferi, guidata tra l’altro proprio dal figlio di Miteb Al-Hathal, possiamo vedere un contraltare alla fuga del padre di fronte alla devastazione dell’oasi di Wadi Al-Uyoun: da una parte una ribellione individuale, romantica, motivata dalla distruzione del vecchio mondo comunitario e dal desiderio di riportarlo in vita; dall’altra una ribellione collettiva, materialista, che quel mondo se l’è ormai lasciato alle spalle e che pensa piuttosto a cambiare quello in cui vive. Da una parte il vecchio tradizionalismo feudale, potremmo dire, dall’altra i primi germi di una coscienza di classe proletaria.
È difficile non sentire in questa dicotomia, che è il grande tema sotterraneo del romanzo di Munif, l’eco del fenomeni politici che lo circondavano. Come il figlio di Miteb al-Hatal, Munif ha conosciuto il mondo tradizionale fatto di oasi e carovane solo nei suoi ultimi momenti prima del tramonto e ha vissuto tutta la sua vita partecipando i prima persona a quello che è stato il grande sforzo collettivo del mondo arabo per gestire l’avvento della modernità alle sue condizioni, senza riuscirci. Cities of Salt è una messa in scena in forma drammatica e satirica di questo fallimento: una volta che la polvere si è posata alla fine della battaglia, a trionfare non sono stati i lavoratori in sciopero di Harran ma i signorotti locali che hanno avuto la lungimiranza di offrirsi come agenti politici della penetrazione commerciale americana. L’emiro, un giovane vacuo e orgoglioso, i cui pensieri sono tutti dedicati alla costruzione della sua nuova residenza o a distrarsi dalla noia giocando con le meraviglie tecnologiche – un telescopio, una radio – che gli regala Hassan Rezaie, è una caricatura dei veri emiri della regione. Per nulla interessato a governare, è ben felice di mettersi nelle mani degli americani e prendersi la sua fetta di introiti petroliferi purché vengano rispettate le forme del suo potere; ciò che pensano i suoi sudditi gli interessa soltanto nella misura in cui potrebbe ostacolare l’ordinato svolgimento di questo trasferimento di ricchezza. Alla fine del romanzo lo vediamo fuggire in macchina da Harran dopo che lo sciopero si è trasformato in una rivolta violenta, ma l’impressione è che sarà presto di ritorno con alle spalle la forza coercitiva dello stato, perché è il romanzo stesso a farci intravedere che appena fuori Harran ci sono pesci più grossi di lui. La sua accidia è una reazione razionale alla situazione in cui si trova, figlia di decisioni prese più in alto di lui.
Fin qui per quanto riguarda la satira. Il dramma, in Cities of Salt, sta nel fatto che, per citare l’autore, “il petrolio è la nostra unica possibilità di costruirci un futuro, e i regimi la stanno sprecando”. Munif non è antimoderno, non celebra e non rimpiange mondo dei suoi padri, le carovane che attraversano il deserto, la vita insulare nelle oasi. È ben consapevole dei lati negativi di quel modo di vita e bendisposto nei confronti della modernità portata dal petrolio, che porta lo sfruttamento capitalistico, ma anche i contratti di lavoro formalizzati; le differenze di classe e il razzismo ma anche la medicina moderna e la radio. L’aspetto tragico, per lui, sta nel modo in cui è stato gestito questo momento di transizione brutale ma fecondo: la porta del futuro è stata aperta e chi ha potuto varcare la soglia ha preferito imboccare la strada più facile. Invece di prendere in mano il loro destino e costruire stati moderni i regimi arabi hanno preferito prendere solo le forme dello stato moderno, in primis gli apparati repressivi, e usarle come abito con cui rivestire le strutture di potere feudali e familistiche pre-esistenti. Il risultato è che oggi al mondo c’è un paese che si chiama col cognome della famiglia regnante: l’Arabia Saudita – e che ben esemplifica le tre sciagure che, secondo Munif, hanno marchiato la modernità araba: il petrostato, l’islam politico e la dittatura securitaria.
Avevo Cities of Salt nella mia libreria dal 2017. Ho aspettato quasi un decennio prima di leggerlo e penso di aver fatto bene perché ho finito per leggerlo in un momento in cui la storia che racconta è particolarmente attuale e anche il piano allegorico su cui è costruito è particolarmente evidente. Le città di sale del titolo sono le varie Dubai, Riad, Doha, Abu Dhabi: cattedrali nel deserto – letteralmente – di vetro e cemento che ci impressionano per quanto sembrano futuristiche ma che sono estremamente fragili, una semplice verniciata di petro-kitsch che può venire via in qualsiasi momento. “Città di sale significa città che non offrono alcuna esistenza sostenibile”, ha spiegato Munif in un’intervista. “Quando arriverà l’acqua, le prime onde dissolveranno il sale e ridurranno in polvere queste grandi città di vetro”. Sono parole che sembrano profetiche ora che la guerra ha fatto finire i paesi del Golfo sotto il fuoco dei droni e dei missili iraniani, facendo scappare gli influencer, precipitare il mercato immobiliare, e mettendo in discussione il loro stesso futuro come hub commerciali globali. Sono città che non sembrano costruite per ospitare la vita umana nel senso comune del termine ma solo quella di una ristretta élite che in virtù della propria ricchezza riesce ad accedere a modi di vita che sono più-che-umani. La maggior parte dei loro abitanti normali, la sottoclasse di lavoratori immigrati senza diritti, non sono considerati essere umani. “È possibile prevedere la caduta di queste città perché sono inumane”, ha detto Munif. Per capire cosa intendesse basta pensare ai megaprogetti edilizi più famosi della regione, dall’arcipelago artificiale di The World davanti alla costa di Dubai a The Line, la città lineare lunga 170 chilometri progettata in Arabia Saudita nel piano di sviluppo della regione di NEOM. Né l’uno né l’altro sono stati completati. Le isole artificiali di The World sono quasi tutte disabitate, vuote, mentre il cantiere di The Line, dopo aver sfollato dalle loro case gli abitanti dei villaggi della zona (almeno tre persone sono state condannate a morte per aver protestato) è stato fermato nel 2025 e ora è un cantiere abbandonato nel deserto.
Nel 1991, per motivi economici, Munif ha lasciato Parigi e si è stabilito a Damasco, dove ha vissuto il resto della sua vita e dov’è morto nel 2004, a 71 anni. In Arabia Saudita Cities of Salt è stato messo al bando subito dopo la pubblicazione e rimane vietato ancora oggi; quando Munif è morto, i media di stato sauditi hanno dato la notizia definendolo un “eretico”.
Prossimi libri in lettura: IVAN FRANCESCHINI, LING LI, MARK BO, Scam: Inside Southeast Asia’s Cybercrime Compounds (Verso, 2025)



htg, ibn naffeh mio personaggio preferito