Epica e burocrazia
Su come narrare e non narrare l'Olocausto

JONATHAN LITTELL, Le benevole (Einaudi, 2007)
Lo scrittore Giuseppe Genna ha spiegato una volta qual è la difficoltà principale che deve affrontare chiunque decida di scrivere un romanzo sul nazismo e sull'Olocausto: prima o poi si trova di fronte Hitler, e narrare Hitler è praticamente impossibile perché Hitler non è un personaggio; qualsiasi decisione narrativa che si possa prendere nei suoi confronti – renderlo umano, renderlo un mostro, essere asettici –risulta eticamente o narrativamente sbagliata (Genna fa una sola eccezione, fa il nome dell’unico scrittore che a suo parere è riuscito a narrare Hitler: William T. Vollmann in Europe Central). Si potrebbe estendere questa sua considerazione al nazismo in generale, forse; quantomeno si può estenderla e a Le benevole, un libro molto ambizioso e molto bello, ma che cade nella stessa trappola di cui parla Genna: nel finale il protagonista si trova di fronte Hitler, e a quel punto qualsiasi scelta può fare è sbagliata. L’autore, Jonathan Littell, prova a uscire dalla trappola ricorrendo a una soluzione assurda e grottesca – il protagonista che ha un raptus e morde il naso di Hitler – ma comunque insoddisfacente. Non aiuta il fatto che anche il suo protagonista, come Hitler, non sia un personaggio.
Littell è nato a New York in una famiglia di ebrei emigrati dalla Russia, è cresciuto in Francia, ha studiato a Yale e poi ha lavorato per l’organizzazione umanitaria Azione contro la fame partecipando a missioni umanitarie in Bosnia, Congo e Cecenia. Nel 1989 ha pubblicato il suo primo libro, il romanzo cyberpunk Bad Voltage, che lui stesso definisce molto brutto. Nel 2001 si è licenziato dal suo lavoro e ha dedicato sei mesi a studiare la storia della Germania nazista e della seconda guerra mondiale, facendo anche una serie di viaggi di ricerca sul campo in Germania, Ucraina, Russia e Polonia e nel 2006 è uscito in Francia Le benevole, che ha vinto il premio Goncourt (ma anche il Bad Sex in Fiction Award della rivista britannica Literary Review) e che gli ha fatto ottenere la cittadinanza francese ad honorem per “aver contribuito alla gloria della Francia”. In seguito ha scritto un po’ di altre cose, prevalentemente giornalistiche: di suo avevo già letto, tanti anni fa, i Syrian Notebooks, il suo reportage dall’assedio di Homs nel 2012, durante la guerra civile siriana.
Le benevole è un libro monumentale, di quasi mille pagine, ed è l’autobiografia fittizia di Maximilien Aue, anziano direttore di una fabbrica di merletti in Francia che racconta di come, durante la seconda guerra mondiale, abbia fatto parte ad alti livelli della macchina bellica nazista. Dopo un’infanzia passata tra Francia e Germania – sua madre era francese; suo padre, che aveva presto abbandonato la famiglia, tedesco – Aue va a studiare legge a Berlino e poi entra nel Partito nazista e nelle SS (nello specifico nell’SD, il servizio di intelligence delle SS, gestito da Reinhard Heydrich). Il suo lavoro lo porterà in alcuni dei luoghi e dei momenti più importanti del conflitto – a Babij Jar durante il massacro, a Stalingrado, ad Auschwitz – nel mentre facendogli fare carriera. Alla fine della guerra riesce a scappare da Berlino mentre i sovietici conquistano la città, spacciandosi per un operaio francese. Oltre a questa narrazione della guerra e dello sterminio del popolo ebraico dal punto di vista nazista, che è la parte più interessante del romanzo, c’è un’altra dimensione: la vita interiore del protagonista. Aue odia sua madre Héloïse, a cui dà la colpa della decisione di suo padre di abbandonare la famiglia e che disprezza perché si è risposata con un uomo d’affari francese (due categorie che sono il male per uno sfegatato nazionalista tedesco come lui). E ama – o meglio ne è ossessionato – sua sorella, con cui ha avuto una relazione incestuosa quando erano bambini e da cui non è mai riuscito a staccarsi, arrivando a decidere di non voler avere rapporti con nessun altra donna e intrattenendo solo relazioni omosessuali puramente carnali. Sposata con un aristocratico della Pomerania e critica del regime nazista, Una Aue/von Üxküll vive in Svizzera: sia lei che la madre non parlano da anni con il protagonista. E quindi, estraniato dalla sua famiglia, Aue trova la sua famiglia nel Terzo Reich: il suo miglior amico è un altro ufficiale delle SS, Thomas Hauser, che gli salva la vita a Stalingrado e che lo aiuta a far carriera in diverse occasioni; il suo protettore è il misterioso dottor Mandelbrod, un industriale legato alle alte sfere del Partito nazista che raccomanda Aue a Himmler e a Speer (alla fine della guerra, lo vediamo offrire i suoi servigi all’Unione Sovietica).
Il primo di questi due piani, quello della narrazione della macchina di sterminio nazista, è quello più riuscito. Nel corso della sua carriera Aue attraversa questa macchina in alcuni dei suoi gangli più importanti: è membro di un Einsatzgruppen in Ucraina durante l’operazione Barbarossa e sovraintende alla liquidazione di ebrei, commissari politici sovietici, prigionieri di guerra e altri indesiderabili; inviato nel Caucaso, lo vediamo occuparsi di questioni di classificazione razziale delle popolazioni indigene; viene ferito gravemente a Stalingrado e riceve la Croce di ferro di Prima classe; infine è aggregato allo staff personale di Heinrich Himmler, il Reichsfürer delle SS, con l’incarico di indagare come far funzionare meglio, riducendo gli sprechi, il sistema dei campi di concentramento durante la Soluzione finale. In tutte queste situazioni il suo punto di vista di intellettuale e piccolo funzionario si rivela la caratteristica migliore del romanzo: gli permette di raccontare eventi storici atroci astraendo dalla loro dimensione di atrocità. Il fatto che a raccontarli non sia un uomo che li compie direttamente ma un uomo che li osserva per dire a chi li compie come potrebbe compierli meglio ci fa vedere chiaramente il motivo per cui l’Olocausto è un unicum storico, un evento ancora privo di paragoni: la sua dimensione di problema logistico e matematico; per dirla con Vollmann, “solo una questione di tempo e di forza lavoro”. Nello sguardo di Aue sulle atrocità naziste non c’è nessuno scrupolo morale; se ci sono dubbi o esitazioni questi non sono sul terreno del giusto o dello sbagliato ma su quello dell’utile e dell’inutile. Di fronte a Babij Jar a impressionarlo non è il massacro ma la grettezza dei metodi con cui questo viene condotto; quando scrive i suoi rapporti consigliando di aumentare le razioni di cibo destinate agli internati non lo fa per pietà ma soltanto perché ha calcolato che così facendo si avrebbe un aumento della produttività dei lavoratori forzati nei compi e di conseguenza a un vantaggio per la Germania sul campo di battaglia.
Come hanno evidenziato diversi storici, da Arno Mayer a Adam Tooze, all’interno del Terzo Reich si possono identificare due tendenze: una apocalittica e una produttivista. La prima è quella degli ideologi, dei veri credenti: quelli che vedono la guerra della Germania non come una semplice guerra mondiale ma come uno scontro escatologico tra il bene e il male, tra il mondo dei signori e il mondo dei servi, tra il mondo ariano e il mondo giudeo-bolscevico. Sono i coniugi Goebbels che si suicidano nel bunker dopo aver ammazzato i figli col cianuro pur non di non vivere in un mondo in cui il nazismo è stato sconfitto; per costoro, nella Germania nazista l’accento va sull’aggettivo. E poi ci sono quelli che l’accento lo mettono sul nome, che combattono per la Germania nazista, ovvero che vedono la guerra solo come una guerra e il nazismo non come un credo ma solo come la particolare ideologia che ha permesso la rinascita della Germania dopo l’umiliazione di Versailles. La figura di Maximilien Aue è ben costruita per portarci al centro di questo dibattito: suo malgrado il nostro antieroe si ritrova infatti collocato esattamente sulla linea di confine tra questi due campi. Il suo incarico di supervisore e riformatore del sistema concentrazionario, giustificato dalle esigenze di produttività bellica dei pragmatisti, gli viene conferito come compito politico-ideologico dagli ideologi. È per questo che si trova in una situazione fondamentalmente insostenibile, e che finisce per non ottenere nulla: viene messo lì per fare contento Speer, che vorrebbe cambiare tutto, ma per conto di Himmler, che non vuole cambiare niente.
La narrazione delle richieste contraddittorie all’interno della macchina nazista, dei conflitti di giurisdizione tra le varie entità e organizzazioni, delle patetiche lotte di potere e delle miserabili vendette tra funzionari è la parte più riuscita del romanzo. Il suo punto più alto, a mio parere, è il momento in cui ad Aue, assegnato a un Einsatzgruppe nel Caucaso, viene richiesto di dimostrare che la popolazione locale nota come “ebrei di montagna” è effettivamente di origine ebraica e non una semplice popolazione locale che a un certo punto si è convertita all’ebraismo: sembra una questione di lana caprina, ma fa la differenza tra la necessità o meno di sterminarli. E dunque vediamo come tale questione diventi oggetto di dibattiti eruditi, con specialisti di linguistica che arrivano da Berlino per dare il loro parere, come se a poche centinaia di chilometri di distanza non fosse in corso una guerra totale. Il paradosso diventa sempre più forte fino alla sua risoluzione: nonostante abbia chiaro cosa i suoi superiori si aspettano da lui Aue è un intellettuale, e intellettuale è anche il suo nazismo, e poiché non riesce a trovare prove dell’origine ebraica degli “ebrei di montagna” non può classificarli razzialmente come ebrei; ne va della pretesa di scientificità del suo antisemitismo. Per questo motivo dà parere sfavorevole alla liquidazione degli “ebrei di montagna”, e per ripicca viene degradato e assegnato alla sacca di Stalingrado. In un episodio così piccolo e apparentemente marginale vediamo tutto l’universo raccontato dal romanzo.
Accanto alla vita lavorativa c’è la vita personale di Aue, il lato più ambizioso e insieme più debole del romanzo. Le benevole vorrebbe essere una specie di tragedia greca ambientata all’interno del Terzo Reich: Littell ha spiegato che, secondo lui, per giudicare l’Olocausto l’universo morale antico è più utile di quello giudaico-cristiano, in cui il peccato non è giudicato per se stesso ma in unione con l’intenzione e le circostanze in cui è stato commesso. Le Benevole (o Eumenidi) del titolo sono le Erinni che nell’Orestea di Eschilo tormentano Oreste perché ha ucciso sua madre Clitemnestra per vendicare suo padre Agamennone; nel romanzo hanno la forma dei due poliziotti Weser e Clemens, che tormentano Aue indagando sul misterioso omicidio di sua madre, di cui lo ritengono colpevole. Quello che Littell cerca di fare è abbastanza chiaro: seguire le vicende personali di Aue, trasfigurato in un eroe tragico, dovrebbe aiutarci a cambiare le lenti con cui vediamo le sue vicende lavorative: immergendoci in una tragedia nazista dovrebbe riuscire a vedere la tragedia del nazismo. Solo che non è una mossa che funziona perché è sbagliata la premessa: noi non siamo gli antichi, e l’Olocausto è figlio della modernità. Per cui ci troviamo di fronte a un romanzo scisso, con due parti che tirano la corda in due direzioni opposte: una dice una cosa, l’altra la confuta. È proprio la vita lavorativa di Aue, con la sua noia e la sua burocrazia, i suoi rapporti e i suoi viaggi di ispezione, che ci mostra la peculiare modernità del nazismo e dell’Olocausto e come sia impossibile trasporli fuori dalla modernità perché, per citare di nuovo Vollmann, la loro peculiarità e lo sguardo che vede lo sterminio come “solo una questione di tempo e di forza lavoro”. Per cui quello che rimane è Aue che uccide la madre per vendicare il padre e diventa omosessuale per rimanere fedele alla sorella, ovvero fa cose da personaggio di una tragedia greca senza poter essere, per sua natura, un personaggio di una tragedia greca.
Non essendo caratterizzato in nessun altro modo che come il personaggio tragico che non riesce a essere, Aue finisce per essere un non personaggio; di questa cosa ci si accorge a più riprese leggendo Le benevole. A volte è la caricatura moderna dell’Oreste di Eschilo, altre volte soltanto la bocca tramite cui l’autore espone le proprie opinioni e riflessioni (alcune di queste sono fuori luogo e anacronistiche: ad esempio quando Aue riflette su come agli ebrei toccherà imparare la lezione di diventare più duri dei nazisti per sopravvivere). Il punto fondamentale, che è molto semplice, l’ha identificato per primo il regista francese Claude Lanzmann, autore di Shoah, un documentario di nove ore di sole interviste a sopravvissuti all’Olocausto: non è mai esistito un uomo delle SS simile a Maximilien Aue, e non avrebbe mai potuto esistere. Littell stesso sembra essere consapevole di questo problema: rispondendo a Lanzmann, ha scritto che “il modo in cui è stato concepito lo rende un personaggio impossibile” e che lui stesso si è “reso conto del vicolo cieco al quale conduce il libro solo dopo aver terminato di scriverlo”.
Non è una questione da poco. E allora perché ho scritto all’inizio che Le benevole è un libro molto bello? Non sono l’unico ad averlo trovato tale: ha avuto un enorme successo, vinto premi letterari ed è stato acclamato come uno dei migliori romanzi del XXI secolo. È scritto molto bene, certo, ma credo che il suo fascino sia sopratutto dovuto alla sua ambizione, al coraggio che ci vuole a tentare di scrivere un grande romanzo sul nazismo e sull’Olocausto, alla rarità delle imprese letterarie di questo genere. Nove decimi dei romanzi che vengono scritti oggi sono ben fatti ma raccontano storie piccole: i drammi della giovane coppia, o del millennial che sta crescendo, e via dicendo. Quando in questo ecosistema arriva un romanzo come Le benevole l’impatto è per forza di cose profondo. Ma questo dice purtroppo più dell’ecosistema di quanto non dica del romanzo in questione.
Prossimi libri in lettura: JOHANNA BOCKMAN, Markets in the Name of Socialism: The Left-Wing Origins of Neoliberalism (Stanford University Press, 2011)


Bravo matti bellissima recensione