Lapidi
Sulla grande carestia cinese, 1959-1961

YANG JISHENG, Lapidi. La Grande Carestia in Cina (Adelphi, 2024)
Nel 1958, quando aveva 18 anni e studiava lontano da casa, Yang Jisheng aveva ricevuto la notizia che nel suo villaggio natale suo padre stava morendo di fame. Così aveva preso un sacco pieno di riso ed era tornato a casa. Il villaggio era deserto: non c’erano più animali e i tronchi degli alberi erano stati scorticati; la gente aveva mangiato la corteccia. Suo padre giaceva a letto, incapace di muoversi. Non era riuscito a mangiare il riso che gli aveva portato il figlio ed era morto tre giorni dopo. Il giovane Yang non aveva interpretato la sua morte come un evento politico: pensava che la carestia fosse stata un fatto limitato alla zona dove vivevano i suoi genitori, un fatto naturale a cui non era possibile opporsi. Si incolpava della morte del padre: se non fosse andato a studiare lontano, la sua famiglia avrebbe avuto un paio di braccia in più per dissotterrare le colture dai campi e dunque più roba da mangiare. Era tornato a scuola. Nel 1964, a 24 anni, si era iscritto al Partito comunista; due anni dopo si era laureato in giornalismo e aveva cominciato a lavorare a Xinhua, l’agenzia di stampa statale cinese. L’interpretazione depoliticizzata della morte del padre e della carestia l’aveva accompagnato per tutta la vita, passata come piccolo funzionario negli apparati di propaganda del Partito. Fino al 1989 e alla repressione delle proteste di piazza Tiananmen, che aveva risvegliato qualcosa dentro di lui, spingendolo a ripensare il modo in cui aveva vissuto fino a quel momento e il modo in cui aveva visto la storia recente del suo paese. Dopo il 1989 Yang, ne nel frattempo aveva sessant’anni, aveva deciso di dedicarsi allo studio della carestia in cui era morto suo padre, approfittando del fatto di essere un quadro modello dell’agenzia Xinhua prossimo alla pensione, e aveva passato l’ultimo decennio della sua carriera a girare la Cina e consultare archivi di stato normalmente chiusi al pubblico che si aprivano di fronte al suo tesserino da giornalista quando diceva che intendeva studiare le politiche agricole del paese. Il suo obiettivo era chiarire a se stesso cosa fosse davvero successo negli anni 1958-1961 e fare giustizia per suo padre che, ora lo sapeva, non era morto per un tragica casualità ma era stata una vittima collaterale di una decisione politica precisa. Il prodotto di questo decennio di ricerche, consultazioni di archivi e interviste ai superstiti e ai testimoni è Lapidi, pubblicato per la prima volta a Hong Kong nel 2008 e subito messo al bando in Cina, dove è circolato come samizdat in fotocopia e in pdf. Il titolo è un riassunto delle sue intenzioni e del suo orientamento: “chiamo questo libro Lapidi. È una lapide per mio padre morto di fame nel 1959, per i 36 milioni di cinesi anch’essi morti di fame, per il sistema che ha causato la loro morte e per me stesso che scrivo questo libro”.
I “tre anni di difficoltà”, come vengono chiamati ufficialmente dal governo cinese che li considera ancora oggi un argomento politicamente sensibile, sono noti all’estero come Grande carestia: si tratta con ogni probabilità della carestia peggiore nella storia umana. Il numero delle vittime è sconosciuto, ma le stime sono nell’ordine delle decine di milioni: 15 milioni secondo l’Accademia cinese delle scienze, 50-60 milioni secondo gli storici più anticomunisti (Yang propone la cifra di 36 milioni di morti e 40 milioni di mancate nascite). È un evento ancora oggi traumatico: qualche anno fa, una sera che mangiavo al ristorante di hot pot sotto casa, il proprietario mi ha parlato dei suoi parenti morti di fame in Sichuan ai tempi. Fuori dalla Cina, invece, è un evento meno ricordato rispetto ad altri della storia cinese contemporanea, come la Rivoluzione culturale o le proteste di Tiananmen, forse perché manca almeno in apparenza di una coloritura politica ben visibile – non è un periodo di disordini o proteste di massa ma appunto una carestia, cioè un evento apparentemente naturale. Anche quando pensiamo al Grande balzo in avanti, che è stato la causa primaria della carestia, non viene così automatico fare il collegamento tra quella campagna politica di massa e la gente che negli stessi anni moriva di fame.
La storia della Grande carestia cinese è una storia che intreccia utopismo volontarista e ristrettezza mentale burocratica. Da un lato c’è il desiderio, da parte di gente che aveva appena fatto una delle più grandi rivoluzioni della storia – nel 1958 non era passato nemmeno un decennio dalla proclamazione della Repubblica popolare cinese sui rostri di Tiananmen da parte di Mao Zedong, dopo decenni di guerre civili – di farla finita il più velocemente possibile con un sistema economico, quello capitalista, che all’epoca sembrava essere arrivato al capolinea dopo la conflagrazione della seconda guerra mondiale. Passare al socialismo subito, di corsa, tanto più che c’era l’esempio dell’Unione Sovietica che all’epoca non si era ancora dimostrata per il sistema disfunzionale che era, ma sembrava ancora il grande paese in grado di passare dall’arretratezza allo status di potenza industriale in un decennio. Costruire il socialismo il più velocemente possibile, dunque, non stare un giorno più del necessario sotto il capitalismo, nonostante non si avesse che un’idea vaga di come andasse effettuato e gestito quel passaggio – collettivizzazione dell’agricoltura e industria pesante di stato, come avevano fatto i sovietici – e senza porsi domande sulle eventuali difficoltà connesse, sia su quelle che anche i sovietici si erano trovati ad affrontare, sia su quelle che sarebbero sorte dall’adattare quel percorso di sviluppo alle condizioni specifiche della Cina in quel momento storico. Dall’altro lato c’è la disfunzionalità intrinseca di un sistema politico burocratico e verticistico come era il Partito comunista cinese nel 1958, nel periodo dell’alto maoismo: Yang usa il termine “totalitarismo” per descriverlo. Nei fatti, il punto è che Mao aveva un controllo pressoché totale sul Partito, la sua volontà e il suo pensiero ne diventavano la linea politica, e all’interno del Partito mancavano dei canali per mettere questa linea a confronto con la realtà.
Alla fine del 1957, dopo aver celebrato a Mosca il 40esimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre e aver sentito Nikita Chruscev affermare che l’URSS avrebbe superato la produzione industriale degli Stati Uniti nel giro di 15 anni, Mao – il quale, dopo la morte di Stalin, del “revisionista” Chruscev si considerava un rivale e aspirava a conquistare l’egemonia sul campo socialista – aveva deciso di rilanciare: nello stesso periodo di tempo la Cina avrebbe superato il Regno Unito. A ogni meeting di partito, si era cominciato a rivedere al rialzo gli obiettivi di produzione del secondo piano quinquennale: “dare il massimo, puntare in alto e costruire il socialismo con risultati più grandi, più veloci, migliori e più economici” era lo slogan adottato come linea generale da seguire per il Partito. Ciò aveva portato ad alcuni mutamenti rilevanti nella struttura economica stessa del paese: primo fra tutti, l’istituzione del sistema delle comuni popolari. La collettivizzazione della terra, degli animali, degli strumenti e della forza lavoro in cooperative simili ai kolkhoz sovietici era un processo già in corso nelle campagne cinesi, ma nel 1958 Mao aveva posto l’enfasi sul portarlo a termine nel minor tempo possibile e questi collettivi di produttori agricoli erano stati fusi uno con l’altro fino a ottenere degli organismi di decine di migliaia di persone. Questo processo era stato accompagnato da uno sforzo di ingegneria sociale su vasta scala per farla finita con i modi di vita del passato: nelle comuni popolari si viveva in modo militarizzato, sottoposti a una rigida disciplina; i legami familiari venivano messi in secondo piano rispetto al legame con la comunità (per esempio le famiglie non avevano in casa le pentole per cucinare, i pasti si consumavano nelle mense comuni); si cercava di porre l’enfasi sul rifiuto dell’individualismo, sul sacrificio, sull’indipendenza. In teoria, da questo calderone sarebbe uscita una nuova campagna socialista; nella pratica era stato un cambiamento sociale troppo repentino presto rifiutato da coloro che lo subivano che però, allo stesso tempo, si erano trovati in una condizione di completa dipendenza da chi glielo imponeva. Così il sistema delle comuni popolari era presto diventato burocratico e inefficiente. E dato che per questa inefficienza non c’era posto in un momento in cui gli obiettivi di produzione venivano costantemente rivisti al rialzo, era diventato anche sempre più brutale.
La Grande carestia cinese arriva all’intersezione tra queste due cose. Da un lato, com’era già successo in URSS in seguito alla Grande svolta staliniana del 1929 (che avrebbe anch’essa portato a una grande carestia), c’era un elemento di rifiuto e resistenza passiva dei contadini di fronte alle nuove politiche. Dall’altro, più importante, c’erano le aspettative irrealistiche che erano state costruite su queste nuove politiche e la necessità imposta dal sistema politico cinese dell’epoca di soddisfare ad ogni costo queste aspettative. La causa materiale della carestia, il motivo per cui così tanta gente è morta di fame in Cina tra il 1959 e il 1961, è la forbice sempre più ampia tra quanto cibo veniva effettivamente prodotto e quelle che erano le statistiche ufficiali riguardo alla produzione, in base alle quali a sua volta il governo centrale poi stabiliva le quote di grano da requisire alle varie località per soddisfare i bisogni delle aree urbanizzate. In breve si era instaurato un circolo vizioso: al centro ci si aspettava che, col nuovo sistema, le campagne producessero molto di più; ciò non succedeva, ma il sistema politico non aveva al suo interno meccanismi per comunicarlo. Così le campagne comunicavano che avevano prodotto effettivamente molto di più, il centro requisiva molto più grano, le campagne rimanevano senza niente da mangiare. Se fosse stato per i contadini questo loop si sarebbe interrotto, ma il sistema delle comuni popolari aveva trasformato la struttura sociale delle campagne suddividendole in unità di produzione enormi che, per forza di cose, si erano burocratizzate, e la burocrazia aveva interessi diversi rispetto a quelli dei contadini – non continuare ad avere da mangiare, ma fare bella figura con il centro per fare carriera. È in questo modo che si spiega quello che è il fenomeno più apparentemente assurdo della Grande carestia, cioè il movimento per il lancio dei satelliti. Nel 1957 l’Unione Sovietica aveva lanciato lo Sputnik 1, il primo satellite artificiale della storia, che era stato un enorme successo propagandistico a livello globale. Per non essere da meno, la Cina aveva cercato di replicare l’impresa nel campo dell’agricoltura: tra il 1958 e il 1959 era stata lanciata una campagna al riguardo, e in tutto il paese avevano cominciato a comparire “satelliti agricoli”, ossia campi di riso o di grano con rese apparentemente eccezionali che si diceva fossero dovute all’uso di metodi sperimentali di coltivazione. Come spiega Yang, il modo in cui venivano ottenuti questi satelliti era semplicemente ammassare il raccolto di molti campi in un singolo campo molto piccolo, calcolando poi la resa per ettaro come se tutto il prodotto fosse venuto da lì. Il centro riceveva il rapporto, premiava i quadri responsabili – dando così un incentivo all’emulazione – e calcolava le nuove quote di requisizione applicando quella stessa resa per ettaro a tutti gli altri campi della comune.
Leggere il libro di Yang è un esperienza simile alla meditazione: sono quasi 800 pagine in cui, dopo una prima parte introduttiva in cui viene dato il contesto politico ed economico della Grande carestia, l’autore affronta una per una le varie province cinesi che ne sono state colpite, riportando una grande quantità di statistiche e testimonianze e andando estremamente nel dettaglio di singoli casi locali per i quali ha una particolare abbondanza di fonti e di dati. La storia è ovunque sempre la stessa: stravolgimento dei modi di vita contadini, falsi rapporti di produzione, requisizioni eccessive, violenza estrema da parte dei quadri per cercare di soddisfare comunque delle quote impossibili da soddisfare, morte di fame in massa e orrori ad essa collegati come il cannibalismo. È un’esperienza simile alla meditazione perché ti sembra di star leggendo una specie di mantra lungo e complesso, in cui i nomi dei villaggi e i numeri dei morti e i dati specifici della produzione di riso di volta in volta cambiano ma in cui la struttura sottostante degli eventi rimane sempre invariata. C’è una ragione di questa accumulazione di fonti, dati, statistiche, voci: il tema è tabù in Cina, fare ricerca al riguardo è praticamente impossibile e, se qualcuno ci riesce, l’unica forma che la ricerca può prendere è questa: salvare più informazioni possibile su più singoli casi locali possibile, così da avere un quadro molto completo di quello che è successo in diverse località, a partire dal quale generalizzare per ipotesi. Non sappiamo esattamente cosa è successo in Cina durante la Grande carestia. Ma sappiamo con ragionevole certezza cosa è successo a Xinyang, nella provincia dell’Henan, dove un abitante su otto è morto di fame e nel 1960 i cadaveri coprivano le strade e ai cadaveri mancavano dei pezzi e la gente dava la colpa ai cani, solo che a quel punto i cani erano già stati mangiati da tempo. La tesi di Yang è: lì era così, altrove non sappiamo com’era ma non sarà stato troppo diverso. Il grande livello di approfondimento del suo libro, la sua verticalità e la sua natura compilativa servono insomma a dare credito a questa sua ipotesi. Il problema è che, allo stesso tempo, il fatto che nella sua ricostruzione ci siano così tanti buchi fa sì che quell’ipotesi resi comunque solo un’ipotesi.
Un’impressione che non sono riuscito a scrollarmi di dosso durante la lettura di Lapidi è che sia uno di quei libri che diventano più importanti per la loro storia che per quello che contengono. È continuato a sembrarmi l’opera di uno storico dilettante, di un amatore che si cimenta in un progetto più grande di lui e di cui perde quasi subito il controllo. È il libro più famoso sulla Grande carestia, ma non è certamente il libro migliore possibile sulla Grande carestia. Tocca però un punto che almeno mio parere è cruciale per chiunque sia interessato al socialismo nel XXI secolo, in cui sta la radice dei fallimenti degli esperimenti socialisti del secolo scorso: l’impossibilità di cambiare la società con un tratto di penna. La lezione che emerge dal 1959-1961 cinese è la stessa lezione che emerge dal 1929-1933 sovietico con la rivoluzione dall’alto staliniana e la guerra civile nelle campagne e cioè: non basta voler fare il socialismo per fare il socialismo, nemmeno se hai il controllo totale sulla società. La politica, disse una volta Max Weber, è “un lento e laborioso perforare dure tavole di legno” e ciò è tanto più vero per la politica che aspira a cambiare radicalmente il modo in cui è organizzata la società umana. Di fronte alla Grande carestia, nel 1961 alcuni quadri locali del Partito comunista cinese hanno cominciato a sperimentare con il “sistema di responsabilità familiare” per i contratti di fornitura di prodotti agricoli, e quegli esperimenti sono stati la base su cui poi sono state costruite le riforme di mercato dengiste che hanno costruito la Cina di oggi. Il problema è che, poiché ci sono arrivati passando attraverso il trauma nazionale della Grande carestia , la lezione che hanno imparato non è stata come evitare i vicoli ciechi del socialismo novecentesco ma che il socialismo novecentesco porta solo in vicoli ciechi. E questo, in breve, è il problema con cui ci troviamo a fare i conti oggi.
Prossimi libri in lettura: IL’JA BARABANOV, DENIS KOROTKOV, Il nostro business è la morte (NERO, 2025)


Il mito dell'alto rendimento riempiva di ottimismo Mao Zedong. Il 4 agosto 1958, quando ispezionò la contea di Xushui, nello Hebei, credette alle menzogne del segretario del Comitato di partito locale e disse compiaciuto:
«In tutta la contea ci sono 310.000 persone, come farete a mangiare così tanti cereali? Come impiegherete i cereali in eccesso? D'ora in poi, i contadini si nutriranno principalmente di grano e daranno mais e igname alle bestie da soma e ai maiali; così alleverete più maiali e consumerete più carne. Quando i cereali saranno troppi, ne coltiverete un po' di meno e lavorerete la metà»