Un monumento
Sulla rivoluzione russa, parte uno
EDWARD H. CARR, La rivoluzione bolscevica 1917-1923 (Einaudi, 1964)
EDWARD H. CARR, La morte di Lenin. L'interregno 1923-1924 (Einaudi, 1965)
EDWARD H. CARR, Il socialismo in un solo paese. I. La politica interna (1924-1926) (Einaudi, 1970)
Qualche anno fa, alla morte del nonno di un’amica, ho ricevuto in regalo una parte della sua biblioteca di storia del Novecento, tra cui il pezzo più pregiato: nove volumi (il decimo manca) della monumentale Storia della Russia sovietica di Edward Hallet Carr. Mi sono stati regalati per la valutazione realistica che ero l’unica persona di sua conoscenza che un giorno avrebbe forse potuto leggerli, e per la mia promessa di farlo davvero presto o tardi. Ecco, l’anno scorso ho effettivamente cominciato. Dato che dopo circa un anno sono solo al terzo volume e dunque posso immaginare che questa lettura mi terrà impegnato ancora a lungo, ho pensato che forse potevo iniziare a scriverne in itinere. Seguiranno altri episodi in futuro.
Per come la vedo io, ci sono stati soltanto due eventi di portata storica globale nel XX secolo: la rivoluzione bolscevica e l’Olocausto. Sono gli unici eventi del secolo le cui conseguenze e le cui implicazioni si sono davvero diffuse nel tempo e nello spazio, gli unici due eventi che anche dopo la loro conclusione hanno continuato e continuano tuttora a risuonare. Gli unici eventi di cui non si era mai visto prima niente di simile e che in un riassunto del secolo devi per forza conservare. Entrambi godono di ottima salute come grande Altro, come eventi storici situati fuori dal continuum storico, come delle specie di glitch, ed entrambi hanno barattato questa salute con una sostanziale mistificazione o risignificazione: l’Olocausto viene oggi invocato per radere al suolo città; la bandiera della rivoluzione bolscevica viene sventolata per condurre una guerra di aggressione. Sono gli unici eventi del Novecento che, in questa forma distorta, sono ancora qui tra noi: se nel discorso politico sono state introdotte categorie morali, il bene e il male, è perché c’è stato l’Olocausto; se oggi esiste una sfida sistemica all’ordine globale a guida occidentale che ha gestito l’accumulazione di capitale su scala globale negli ultimi cinque secoli è perché c’è stata la rivoluzione bolscevica. Se a volte ci sembra che altri eventi o concetti del Novecento siano ancora qui con noi, a fare da termini di paragone per gli eventi del presente – il patto Molotov-Ribbentrop, l’appeasement, il Grande terrore, la repubblica di Weimar – è perché non vediamo che in realtà stanno venendo portati in spalla dagli unici due eventi di portata storica globale del XXI secolo: la rivoluzione bolscevica e l’Olocausto. Non è forse un caso che ci sia chi sostiene che siano profondamente legati.
Edward H. Carr (1892-1982) è nato in una famiglia della borghesia liberale inglese, ha studiato a Cambridge, e come tanti della sua generazione – penso a Stefan Zweig – è rimasto traumatizzato quando la prima guerra mondiale è arrivata a spazzare via il mondo che conosceva. Nel 1916, a 24 anni, è entrato a lavorare per il ministero degli Esteri britannico: inizialmente è stato assegnato al dipartimento che si occupava di coordinare il blocco continentale contro l’Impero tedesco, per poi venire spostato l’anno dopo a occuparsi delle relazioni con la neonata Russia sovietica. Nel 1919 era a Parigi come membro della delegazione britannica alla conferenza di pace, dove aveva partecipato alla stesura dei documenti fondativi della Società delle Nazioni e registrato con indignazione l’umiliazione nazionale subita dalla Germania con il trattato di Versailles. Poi aveva continuato la carriera diplomatica: prima nello staff dell’ambasciata in Francia, poi presso la Società delle Nazioni e infine, a metà anni Venti, all’ambasciata britannica di Riga. Qui era nata la sua passione per la Russia: aveva imparato il russo, letto Herzen e Dostoevskij, e nel 1927 visitato per la prima volta la Mosca sovietica, rimanendone impressionato. Aveva iniziato anche a scrivere – sotto pseudonimo, perché ufficialmente in quanto diplomatico non avrebbe potuto farlo – di cose russe su diversi giornali inglesi. Fino a questo momento della sua vita, Carr rimaneva fondamentalmente un liberale anti-marxista: nella sua biografia di Marx, pubblicata nel 1934 e di cui in seguito si sarebbe vergognato tanto da impedirne la riedizione, riconosceva che questi era stato un grande intellettuale ma lamentava che avesse messo il suo talento solo al servizio della distruzione. Ad allontanarlo dal liberalismo erano stati i tempi: la crisi del 1929, la fine del libero scambio e la divisione del mondo in blocchi, il riarmo e i venti di guerra che cominciavano a spirare sull’Europa. La causa prima di tutto questo, secondo Carr, era quel momento a cui aveva assistito di persona da giovane diplomatico quindici anni prima: il trattato di Versailles, che considerava ingiusto, esagerato, umiliante e a cui dava la colpa dell’ascesa di Hitler al potere in Germania.
Non era il solo a pensarla così: già ai tempi un altro membro della delegazione britannica a Parigi, John Maynard Keynes, aveva espresso la stessa tesi nel suo Le conseguenze economiche della pace. Solo che, a differenza di Keynes, questa opposizione a Versailles l’avrebbe portato a guardare con simpatia ai tentativi tedeschi di distruggerlo: nel 1936, mentre Hitler rimilitarizzava la Renania, Carr simpatizzava con quella decisione e abbandonava la carriera diplomatica dopo aver inoltrato un ultimo memo in cui consigliava al suo governo di concedere alla Germania una sua zona di influenza nei Balcani. In quel periodo era arrivato a vedere le relazioni internazionali come una lotta tra potenze “proprietarie” e potenze “non proprietarie”, tra paesi già ricchi e che per questo avevano interesse a evitare la guerra e potenze povere, arrivate tardi sul palcoscenico globale, senza niente da perdere. Un orientamento che oggi definiremmo realista – e Carr è in effetti uno dei padri della scuola realista delle relazioni internazionali – che affermava la necessità di riconoscere, accettare e accomodare i cambiamenti negli equilibri globali di potere e finiva per legittimare la divisione del mondo in sfere d’influenza per la convinzione profonda che tale divisione fosse inevitabile, che sarebbe avvenuta comunque con le buone o con le cattive. Per questo negli anni Trenta – dopo aver fatto un altro viaggio prima in Unione Sovietica, in piena yezhovshchina, e poi nella Germania nazista – Carr era diventato uno dei maggiori sostenitori intellettuali della politica di appeasement di Neville Chamberlain e aveva difeso l’accordo di Monaco, scrivendo che la Cecoslovacchia avrebbe dovuto smettere di aggrapparsi all’alleanza con la Francia e rassegnarsi a far parte della sfera di influenza tedesca. Pochi anni dopo si sarebbe pentito di queste posizioni, dandosi retrospettivamente dell’ingenuo, ma se le osserviamo oggi non è troppo difficile comprenderle: abbiamo visto tanti intellettuali esprimerne di simili negli ultimi anni, riguardo per esempio alla guerra russo-ucraina o più in generale alla crisi dell’Occidente e all’ascesa del mondo extra-occidentale – “proprietari” e “non proprietari” come direbbe Carr.
Poi scoppia la seconda guerra mondiale. Nel 1939 Carr torna brevemente a lavorare per il ministero degli Esteri, prima di diventare l’anno successivo editorialista del Times di Londra. È convinto che la Gran Bretagna non abbia chance contro la Germania e ripone tutte le sue speranze nell’Unione Sovietica, che considera l’unico baluardo contro un’Europa unita manu militari dai nazisti. E qui la storia viene in suo soccorso: gli sviluppi sul fronte orientale, dove l’URSS riesce per la prima volta ad arginare la macchina bellica nazista, lo portano ad avvicinarsi ancora di più a quel modello politico-economico. Nei suoi articoli esprime le sue idee per il dopoguerra: una pace non punitiva e la ricostruzione dell’economia tedesca lungo linee socialiste, la cessione dell’Europa orientale alla sfera d’influenza sovietica come unica politica realistica e morale, un’alleanza anglo-sovietica come perno di una federazione socialista europea. Era il capitalismo ad aver causato la prima e la seconda guerra mondiale, a suo dire, e l’unico modo per evitarne un’altra era l’adozione del socialismo da parte delle potenze europee. Se non marxista, Carr è diventato ufficialmente filosovietico: negli stessi anni sosterrà l’annessione dei paesi baltici da parte dell’URSS e negherà il massacro di Katyn. Ancora una volta, è come se assolutizzasse i trend storici del momento: se negli anni Trenta l’ascesa tedesca e la relativa crisi britannica l’avevano portato a considerare la Germania come il paese del futuro, a cui si doveva fare spazio pacificamente per evitare che se lo prendesse con la guerra – previsione, almeno questa, che si può definire azzeccata – nel decennio successivo il paese del futuro ai suoi occhi sarebbe stato l’URSS. In generale, ai suoi occhi, c’era una tendenza storica che portava lontano dall’individualismo e dunque dal liberalismo e verso il collettivismo e il totalitarismo, e la punta di diamante di ciò era il sistema politico-economico sovietico, che aveva dimostrato la sua superiorità tramite la rapida industrializzazione sovietica e la vittoria dell’armata rossa nella seconda guerra mondiale. Per carità, tutto ciò nel 1945 era senza dubbio vero, ma sembra di sentire gli odierni sinoentusiasti. Nel 1949, George Orwell lo inserisce nella famosa lista di intellettuali con simpatie comuniste che compila per il Foreign Office.
All’inizio degli anni Cinquanta Carr entra in accademia, dove rimarrà per il resto della sua vita, prima a Oxford e poi a Cambridge. È qui che diventa uno dei più importanti storici del Novecento e il padre di una scuola storiografica che si schiera risolutamente contro la dottrina Guerra fredda e che considera l’Unione Sovietica il principale polo progressista del mondo. A renderlo tale è il suo magnum opus, la sua gigantesca storia della Russia sovietica: 14 volumi (10 nell’edizione italiana) che coprono la storia sovietica dal 1917 al 1929, interrompendosi solo in ragione della morte dell’autore, che in realtà avrebbe voluto proseguire la narrazione fino al 1945. Un’opera che, quando ti ci confronti, ti dà la sensazione di star leggendo qualcosa di fuori dal tempo, qualcosa di più vicino alla storiografia dell’antichità classica che a quella moderna. La maggior parte delle opere storiche moderne sono settoriali e verticali (una biografia, uno studio accurato di un certo dettaglio o di un certo periodo storico da un certo preciso punto di vista) oppure orizzontali ma superficiali (la maggior parte dei testi di storia destinati al mercato di massa). L’opera di Carr è invece al tempo stesso orizzontale e approfondita, vasta e dettagliata: racconta un paese e un’epoca sia in generale che nel dettaglio. Qualcosa che, appunto, sembra appartenere più agli storici greci e latini che ai nostri. Per comprendere di che tipo di opera parliamo, ecco un po’ di opinioni di altri storici: “un’impresa davvero eccezionale” (Isaac Deutscher, autore di una celebre biografia di Trotsky in tre volumi); “la miglior serie di libri mai scritta sulla storia sovietica” (A. J. P. Taylor, che definì Carr “un Goethe, per spirito e ampiezza di vedute”); “il più notevole sforzo di ricerca storica individuale intrapreso in Gran Bretagna a memoria d’uomo” (Eric Hobsbawm); “l’opera che ha consacrato Carr come il principale storico britannico della sua generazione” (Arno J. Mayer). Un’opera senza precedenti, insomma, a cui infatti era successa una cosa senza precedenti: era stata recensita in modo tutto sommato positivo dagli storici sovietici, che solitamente consideravano i loro colleghi occidentali degli “storici borghesi” incapaci di comprendere il progetto sovietico nel suo contesto. Carr era stato elogiato come uno dei pochi autori borghesi capaci di dire la verità sulle conquiste economiche e sociali sovietiche e uno storico che aveva fatto “certi passi” verso il marxismo-leninismo, autore di una storia “abbastanza obiettiva” e “una delle opere fondamentali della sovietologia borghese” (nonostante questi complimenti, Carr rimaneva comunque un “falsificatore borghese” e la sua storia della Russia sovietica non sarebbe stata pubblicata in URSS fino al 1990).
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La narrazione di Carr è centrata sui bolscevichi: il protagonista è sempre il Partito di Lenin e Stalin (e, per un breve periodo tra i due, di Zinoviev) e lo storico racconta i modi in cui questo partito interagisce con l’ambiente che lo circonda, come si rapporta agli eventi storici, come li analizza e come li cavalca. Gli eventi in sé trovano poco spazio, se non quello necessario a questo racconto: vengono approfonditi solo quanto è concesso dalla loro vicinanza alle vicende di partito. Carr è in primo luogo uno storico delle istituzioni e delle politiche: ricostruisce con precisione, con dovizia di particolari e di fonti, i ragionamenti, i dibattiti, le divergenze tra le varie figure apicali del Partito bolscevico, e il modo con cui da queste discussioni sono nate le decisioni che sono andate a influenzare gli eventi di cui discuteva creandone di nuovi, e così via. In questa narrazione gli eventi imprevisti, i cigni neri, trovano poco spazio: la prima guerra mondiale, la guerra civile russa, la rivolta di Kronstadt vengono osservate a volo d’uccello, senza perdersi troppo a parlare del come e del perché. Non è il come e il perché che interessa a Carr, ma il cosa – e nello specifico, il cosa hanno fatto i bolscevichi in quella situazione. Non è, in tutta sincerità, un modo particolarmente avvincente di narrare quella che è una delle storie più avvincenti del secolo (mentre scrivo sono a metà di un capitolo lungo circa cento pagine sull’agricoltura sovietica nella tarda epoca della NEP) ma non è una narrazione avvincente che cerca l’autore: quando scrivi un libro in dieci volumi dai per scontato che non tenga incollato il lettore alla pagina. Quello che cerchi è scrivere l’opera definitiva sul tuo argomento: dire tutto ciò che c’è da dire, accumulare una mole spaventosa di materiali e metterli in ordine in modo da fornire la rappresentazione più completa possibile di una certa epoca storica. Più che un libro di storia da leggere, l’opera di Carr è un libro di storia da usare come fonte per scrivere libri di storia da leggere. È anche per questo che non è un’opera a tesi, nel senso che non propone esplicitamente un’interpretazione dell’epoca di cui tratta: si limita a ricostruire dibattiti, a spiegare la genesi di certe scelte, registrare traiettorie di vita e carriere politiche. Certe cose sono successe, certe persone hanno reagito in un certo modo, certe altre cose sono successe.
Ovviamente non si può essere perfettamente neutrali, e infatti Carr è stato accusato di aver eretto con la sua opera un monumento allo stalinismo. Per quanto le sue simpatie personali potessero andare in quella direzione, mi sembra che in questa critica ci sia un fraintendimento: la descrizione minuziosa delle cause e degli effetti, applicata a ciò che è effettivamente successo, lo fa apparire come necessario – il reale che è razionale nel senso più volgare che si può dare a questa espressione. Nella narrazione storica di Carr è come se ci fosse una sorta di inerzia che tende a far precipitare la rivoluzione verso la sua forma stalinista – un’inerzia che incontra una forza pari e contraria finché Lenin è in vita, ma che dal momento della sua malattia e del suo ritiro dalla vita politica ha campo libero per agire. È molto evidente in particolare nel primo volume, La rivoluzione bolscevica, in cui la narrazione dettagliata di Carr porta alla luce numerosi momenti in cui è solo la forza di volontà e il prestigio politico di Lenin a indirizzare il Partito bolscevico sulla linea che finisce per tenere, vincendo le resistenze o il vacillare di altri dirigenti. Quando la forza di attrazione di quel polo viene meno, si vede come la rivoluzione precipiti verso il polo opposto. Ma non è Carr, è la Storia ad aver eretto un monumento allo stalinismo: la reazione termidoriana che riduce ma allo stesso tempo estende le conquiste rivoluzionarie è un fenomeno storico comune, di cui Stalin è soltanto la personificazione nel caso della rivoluzione bolscevica.
Anche perché, se Carr avesse voluto erigere un monumento allo stalinismo, non ci avrebbe presentato la figura di Lenin nel modo in cui ce la presenta: non la figura appiattita del grande leader che ha sempre ragione, che dalla narrazione agiografica staliniana è passata nella tradizione comunista, ma una figura multidimensionale. Seguendo per filo e per segno gli sviluppi politici dei tardi anni Dieci e dei primi anni Venti vediamo un politico dal grande intuito, un tattico geniale capace di mutare le sue posizioni a seconda delle convenienze, di assimilare le posizioni altrui, di piegare i dogmi dell’ideologia alle necessità del momento, di sgusciare tra i pilastri teorici del marxismo senza mai rimanerci intrappolato dentro. Poi chiudiamo il libro e lo confrontiamo con il modo in cui è stato canonizzato: il leader che ha sempre ragione, le cui opere contengono la verità e vanno prese alla lettera. Quella che in origine era solo la forma del termidoro staliniano – Stalin come discepolo più fedele di un Lenin immaginario – è diventata per ironia storica la forma canonica del leninismo, accettata anche da coloro che del termidoro si professano oppositori. Questo Lenin immaginario, deificato, serve agli stalinisti come fonte della loro legittimità e allo stesso tempo serve ai loro oppositori per rimarcare la differenza tra l’ideale e il reale che l’ha tradito, tra la verità contenuta nelle opere di Lenin e la sua falsificazione contenuta nelle azioni di Stalin. È un po’ come quel meme: “se Lenin fosse vivo oggi sarebbe uno stalinista!”, “no, sarebbe un trotzkista”, “Lenin vivo oggi: i’m quite fond of Matteo Renzi”.
Questa multidimensionalità è estesa a tutto il Partito: attraverso la descrizione minuziosa delle varie forze che si muovono sotto la superficie della disciplina partitica e del centralismo democratico l’opera di Carr riesce a restituirci non solo il Lenin reale ma anche un ritratto reale dell’ambiente politico in cui si muove e dell’organizzazione che ha diretto fino alla morte. Il Partito bolscevico descritto da Carr non è il monolite totalitario restituitoci dalla propaganda né l’organizzazione rivoluzionaria pura, depositaria della verità, che molti comunisti di oggi credano che sia stata. È piuttosto un campo di forze contrastanti, che rispecchiano le varie posizioni sociali di coloro che lo compongono e che giocano e si scontrano producendo dei risultati politici. Lo spazio per la discussione e per la diversità di opinioni è molto più ampio di quello che si potrebbe immaginare, e il ventaglio delle opinioni stesse è difficile da ridurre al classico schema “destra del Partito”, “sinistra del Partito”, “centro”. Lo schema può essere applicato a posteriori, come semplificazione, ma la maggior parte dei bolscevichi raccontati da Carr svariano tra queste tre posizioni a seconda dei momenti. Ci sono però un paio di grandi temi che fungono sempre da linea divisoria nei confronti della quale si può stare al di qua o al di là: prima delle Tesi di aprile, il rapporto con il governo provvisorio; l’anno successivo, la posizione sul trattato di Brest-Litovsk; a metà degli anni Venti, più o meno in corrispondenza del dibattito sulla “crisi delle forbici” (il divario tra i prezzi dei prodotti agricoli, in diminuzione, e quelli dei prodotti industriali, in aumento), l’essere pro o contro la NEP. Finché è vivo Lenin, il porsi dall’una o dall’altra parte di queste barricate non viene visto in modo antagonistico e viene sempre risolto, anche se magari con durezza, in modo politico: Kamenev e Zinovev nell’ottobre 1917 votano contro l’insurrezione, Bucharin si oppone al trattato di Brest-Litovsk, ma nessuno di loro viene espulso dal Partito per essere stato in disaccordo con la linea ufficiale. Questo perché – è questa è un’altra caratteristica di Lenin che emerge bene dal libro di Carr, una diretta conseguenza di questo suo essere un tattico, un mutaforma – Lenin vede il disaccordo (quando è accompagnato dal rispetto della disciplina partitica) come un segno di arretratezza, una prova del fatto che non si è in grado di comprendere la necessità politica del momento.
La profondità dell’opera di Carr ha anche un’altra caratteristica: fa percepire bene il compito titanico che si sono trovati di fronte i bolscevichi dopo la presa del potere. È una dimensione che, perlomeno nella tradizione del marxismo occidentale, è poco approfondita: l’idea generale è che tutto stia nel conquistare il potere politico, nel prendere possesso della macchina statale, e che il resto venga più o meno da sè, che poi si possa un po’ improvvisare. A questo proposito vengono spesso citati l’adagio sulla cuoca di Lenin che sarebbe in grado anche lei di gestire il governo, o l’aneddoto su Trotsky che nel suo primo giorno da Commissario del popolo per gli Esteri dice di avere due soli compiti da svolgere: la pubblicazione dei trattati segreti zaristi e la liquidazione del suo ministero diventato inutile. Tutto questo, però, ci mostra bene Carr, rientra nella sfera della mitologia: le cose non sono poi così semplici. La narrazione della rivoluzione e della guerra civile è tutto sommato breve: il libro inizia davvero dopo la presa del potere. Solo dopo aver conquistato il potere politico e dopo aver combattuto con le unghie e con i denti per mantenerlo durante la guerra civile, i bolscevichi si trovano costretti a fare i conti con la realtà e a far tramontare le loro illusioni, ed è a questo punto che cominciano a fare davvero politica: tutto ciò che è venuto prima era un riscaldamento, era una cosa da bambini. Finché sei all’opposizione puoi strillare, quando sei al governo devi fare e fare i conti con la logorante inerzia collegata alla gestione del potere, con il fatto che lo Stato non smette di esistere perché dici che l’hai abolito, che la burocrazia esiste per delle ragioni strutturali, che le città devono mangiare e i contadini vanno convinti a produrre. I primi volumi dell’opera di Carr sono sostanzialmente dedicati alla lenta e caotica ricostruzione dell’apparato amministrativo sovietico, un’impresa enorme che procede per tentativi ed errori e che culmina alla fine nella Nuova Politica Economica, che ne rappresenta di fatto la prosecuzione sul piano economico: dopo aver demolito l’edificio statale, i bolscevichi si accorgono che era necessario e lo ricostruiscono in qualche modo; allo stesso modo, dopo aver demolito l’economia di mercato, si rendono conto che il paese sta morendo di fame e la reintroducono in qualche modo.
Il secondo e parte del terzo volume dell’opera di Carr si occupano della NEP, che è un periodo enormemente interessante per quanto generalmente poco approfondito. È interessante per due motivi: in primis perché è un what if storico, l’immagine di un tipo di socialismo alternativo che non è diventato realtà e che proprio per questo oggi la rende feconda dal punto di vista teorico; in secondo luogo perché è la dimostrazione della quota di improvvisazione che stava dietro alla Rivoluzione d’ottobre e al regime bolscevico, andato al potere non grazie all’ortodossia ma grazie alla capacità di adattamento alle circostanze. Questo secondo punto diventa evidente quando la NEP cade vittima del suo stesso successo. Quando viene introdotta il paese è alla fame, al punto che la classe operaia russa comincia a disgregarsi perché gli operai lasciano le città per la campagna dov’è più facile trovare da mangiare; nel giro di pochi anni le sue misure rivitalizzano l’economia contadina al punto da creare il problema opposto: poiché è più facile mettere a coltura nuovi campi rispetto all’aprire nuove fabbriche, la produzione agricola aumenta troppo velocemente rispetto a quella industriale, i prezzi dei beni industriali aumentano, i contadini ne comprano meno, le fabbriche hanno meno flusso di cassa e gli operai rimangono senza stipendio. È la cosiddetta “crisi delle forbici”, che spacca in due il partito: c’è chi sta dalla parte dei contadini e difende la NEP e chi sta dalla parte degli operai e vuole limitarla o chiuderla. Questa linea di faglia ha le sue origini nella smychka, l’alleanza tra proletariato e classe contadina imposta da Lenin facendo proprio il programma di ridistribuzione della terra del Partito socialista rivoluzionario, grazie alla quale è stata possibile la Rivoluzione d’ottobre. È un’alleanza che dura nelle condizioni disperate della rivoluzione e della guerra civile ma che una volta che le acque si calmano mostra la sua contraddizione di fondo: il Partito ha due basi sociali con interessi divergenti tra loro. Ma non si possono servire due padroni, a un certo punto sarà costretto a scegliere: lo farà Stalin nel 1929.
Il che ci porta all’altro motivo per cui la NEP è così interessante, cioè la sua natura di what if storico e di possibile modello alternativo che ne fa l’unico filone della tradizione socialista che sopravvive ancora nel XXI secolo. Nel 1929 il bolscevismo ha scelto come padrone la classe operaia e abbiamo avuto lo stalinismo, l’economia pianificata e lo squilibrio economico in favore dell’industria pesante che ha tormentato l’Unione Sovietica per tutta la sua storia, che è stato poi il motivo fondamentale che l’ha portata al collasso. Nel 1978 la Cina ha scelto l’altro padrone, i contadini, dal cui seno è sorta la piccola e media borghesia dell’epoca della “riforma e apertura”, e abbiamo avuto il socialismo di mercato che è sempre meno socialismo e sempre più mercato: una socialdemocrazia senza democrazia, il trionfo post-mortem della linea evoluzionistica socialdemocratica e menscevica – ma la grande differenza è che oggi come oggi la Cina esiste ancora, è diventata una grande potenza, ha ancora il Partito comunista al potere e tutto l’apparato simbolico del caso, insomma il finale di quella storia è ancora aperto. Leggendoli così, dal nostro punto di vista di lettori al 25% del XXI secolo, i primi tre volumi dell’opera di Carr possono sembrarci una sorta di preparazione all’arrivo di quello che nelle ucronie si chiama “punto di divergenza”: il momento in cui qualcosa avviene in modo diverso da come è avvenuto storicamente e la linea temporale cambia. Nei primi tre volumi i bolscevichi hanno preso il potere, combattuto una guerra civile brutale in cui c’erano altre preoccupazioni rispetto al funzionamento dello stato e dell’economia, e poi ricostruito lo stato e l’economia in un modo più simile a quello che c’era prima di loro e a quello che c’è oggi che non a quello che dicevano di voler fare. Poi però, appunto, nella storia del XX secolo c’è stato un punto di divergenza, una cesura da cui è sorta tutta un’altra civiltà…
Prossimi libri in lettura: EDWARD H. CARR, Il socialismo in un solo paese (2 vol., Einaudi, 1968-69); EDWARD H. CARR, Le origini della pianificazione sovietica (6 vol., Einaudi, 1972-84);



Complimenti per questo bellissimo testo. Ho acquistato recentemente il primo volume ripubblicato da PGreco e ancora non ho il coraggio di leggerlo. Affascinante l'ultima parte del tuo post, che apre le porte alla domanda su cosa sarebbe stata l'Urss se avesse scelto la strada della Nep. Sarebbe stata capace di trovarsi pronta alla guerra?
Sei immenso Mattia, grazie per questa newsletter